Pandémya

LA LUNA TRA LE GAMBE

Pandémia. Con l’accento sulla “e”, sì, non sulla “i”. Pandémia è un aggettivo, un attributo, non un sostantivo. “Pandémio” è l’aggettivo che corrisponde al sostantivo “pandemìa”. Il termine “pandemìa” deriva dal vocabolo greco pandèmos, composto da “pan” (tutto) e “dèmos” (popolo). L’etimologia è chiara: significa “che appartiene a tutti”, “che coinvolge tutto e tutti”. Cioè qualcosa di pubblico, comune a tutti, globale. Che riguarda tutto il popolo e tutti i popoli. Ciò che però ignoriamo è che il vocabolo “pandemìa” non si riferisce solo alle malattie. Questa è semmai un’intepretazione parziale e riduttiva. La pandemia non si verifica soltanto quando una grande epidemia si diffonde dappertutto, invadendo rapidamente vasti territori e continenti. Influenze e virus… c’entrano fino a un certo punto. Tanto è vero che in senso figurato l’aggettivo “pandémio” (oggigiorno si usa “pandemico”) veniva utilizzato anche per indicare una prostituta. Genere di donna che, appunto, “appartiene a tutti”! Non solo. “Pandémio” era un epiteto accostato ad Afrodite ed Eros in quanto divinità del sesso: la Venere Pandémia è la Venere dea del sesso. Per la precisione: del sesso, diciamo così, “libero”. “Pandémio” e “pandémia” sono perciò due parole straordinarie, gigantesche, i cui sinonimi potrebbero essere proprio i termini “comune”, “globale”, “pubblico”. Ma se questi ultimi vengono ricondotti in genere solo alla sfera politica e sociale, per il vocabolo “pandémio”, invece, inaspettatamente e ingiustamente si spalancano solo le porte dell’ambito erotico: dell’appetito e dell’amore sessuali. La letteratura più erudita ancora oggi fa ricorso a queste diciture: “Venere pandèmia” come eufemismo per colei che fa la prostituta, oppure “Casa pandemia” per denominare il classico bordello. Ora, io trovo abbastanza sciocca l’idea di confinare la parola “pandémia” al mero ambito del sesso. Certo, è una parola alta, intelligente, piena, utile per sostenere delle affermazioni e osservazioni che scavalcano il bigottismo senza rasentare o scivolare nell’alveo della volgarità: permette ad esempio di parlare del “desiderio pandemio” suscitato da una splendida ragazza tra tutti i suoi compagni di scuola, senza che si debba dire: “Quanto se la scoperebbero!”; consente di parlare della volontà pandémia di liberare i costumi sociali, senza arrivare all’estremo del “sesso libero e selvaggio”; consente di parlare della pandémia ostentazione di se stessi che fanno certe persone, senza tacciarle di narcisismo esasperato… Tutto lecito. Tuttavia, “Pandémio” e “Pandémia” sono delle parole che rimangono eccezionali, fondamentali, anche al di là dell’area sessuale ed erotica. Occorre a mio avviso superare i soliti ostacoli del normale pudore. Nonostante e a dispetto di quest’ultimo, credo che “pandémia” sia un termine attribuibile alla vita in generale. A partire dal sesso. Perché senza il sesso non c’è vita. Ma il sesso è solo il punto di partenza. “Pandemico” non ha a che fare solamente con l’epidemia pervasiva che si allarga su vasta scala. “Pandemico” non ha nulla a che vedere e nessuna somiglianza con la parola pandemonio. Non è un concetto solo negativo. Spesso può essere anzi assai positivo. Pandémia è “cosa di tutti” e “cosa di tutto”! Per cui questo progetto, “Pandémya”, vuole essere una rivista, mensile o settimanale, comunque in formato magazine, che si occupa di tutto ciò che è vita. Della vita nella sua globalità. Inclusa l’eventualità della morte. Il nome della rivista richiama questo tema: la vita nel suo complesso. A partire dalla fonte della vita. Cioè il sesso. Il payoff scelto per la testata recita infatti così: “La luna tra le gambe”. La vita inizia lì, tra le gambe. Al centro. E il ritmo della vita è dettato dal sole, dagli astri. In primis, dalle fasi lunari. È risaputo: le fasi del ciclo lunare coincidono e influiscono sul ciclo mestruale femminile. Chiaro il concetto? La luna è pandémia. Non nel senso di puttana. E pandémia senza essere puttana vuole essere questa rivista.