La Mission

MANITOO

Lo spirito creativo che vuoi tu

grafica – pubblicità – comunicazione – cultura – arte – illustrazione – letteratura

Di seguito viene illustrata in maniera piuttosto dettagliata e puntuale la mission che distingue l’iniziativa, insieme agli obiettivi da perseguire e ai percorsi da sviluppare in proiezione futura


una nuova cultura della pubblicità

Manitoo rappresenta la mia attività di grafico e copywriter free lance. Però ha l’ambizione di essere o diventare in seguito una vera agenzia di pubblicità, di comunicazione e di grafica. Ma anche di cultura. Anzi: soprattutto “di cultura”. Perché la cultura, nel mondo della comunicazione, della pubblicità e del marketing, appare assolutamente latitante. E invece è indispensabile. Un giornale, per esempio, ha bisogno di disporre di una propria agenzia di pubblicità, deputata a rispondere primariamente alle sue esigenze e ad assecondarne la linea editoriale (liberamente delineata), anziché di una agenzia di pubblicità esterna, che assicura delle inserzioni “care” agli inserzionisti stessi, ovvero che fa gli interessi di questi ultimi (a dispetto del ruolo di “servizio pubblico” che ogni organo di informazione dovrebbe assumere e “incarnare”), e che pertanto limita e condiziona l’autonomia della linea editoriale medesima. In un giornale confezionato e “posseduto” da chi lo legge (come Il Caffè Populista, protagonista di un’altra sezione di questo sito-network), anche la pubblicità deve essere concepita e condivisa con i lettori. Il che non significa che tutti i lettori devono essere d’accordo con un certo messaggio pubblicitario: significa solamente che il messaggio non deve favorire una certa persona, un gruppo elitario di individui, o una determinata realtà, bensì ha il compito di promuovere un concetto o un’azione che muove nella direzione della realizzazione o salvaguardia del bene comune, oppure è chiamato a favorire un’idea attorno alla quale possa svilupparsi un confronto aperto e franco, al di là di sciocche e improduttive contrapposizioni e prese di posizione “di parte”. Le inserzioni pubblicitarie sono tenute allora a risultare in sintonia con una filosofia “aperta al dibattito”, e protesa verso un continuo rinnovamento, come quella che caratterizza appunto Il Caffè Populista. Viene perciò bandita quella forma di pubblicità che va per la maggiore, e che tende a magnificare prodotti e concetti in modo superficiale (a scapito di altri prodotti e concetti), con il solo fine di accrescere la forza e il potere (economici e non solo) di quanti li propugnano, e al di fuori di un quadro in cui ne possa davvero beneficiare l’intera collettività. La pubblicità deve favorire il benessere di tutti, e non innanzitutto il profitto di alcuni. Infatti è sbagliato il credere che la pubblicità serva soltanto per vendere, un prodotto di consumo o un concetto politico-culturale: semmai deve contribuire ad alimentare il sapere, attraverso il confronto, costante e libero da qualsivoglia condizionamento. Purtroppo, nei grafici e nei pubblicitari, la cultura… manca in maniera eclatante. Fa loro difetto. E senza avere una solida cultura alle spalle, si limitano a lavorare esclusivamente con l’intento di incrementare le “vendite” o la “visibilità” dei loro clienti, e non per accrescere la cultura generale e l’informazione, nella popolazione. Non operano a favore del bene comune e dell’interesse collettivo. Comanda il vendere, il commercio, il mercato… Con le conseguenze che poi sono sotto gli occhi di tutti: estrema povertà culturale, e però, contemporaneamente, anche povertà economica che avanza… Occorre costruire una nuova “cultura della pubblicità”. E quindi della creatività. Più disposta a operare proprio come fa (o meglio: dovrebbe fare!) un giornale: essere un servizio pubblico, non un servizio che si mette unicamente a disposizione del volere di un singolo privato, senza interrogarsi e domandarsi (con più coscienza e con il necessario senso etico!) se questo “volere” avvantaggia oppure danneggia la comunità. L’idealizzare ed esaltare “a senso unico” non è corretto (per fare un esempio: non è giusto che venga “celebrata” una determinata marca di pasta, ritraendola come un “gioiello luccicante”, e ci si scordi di dire come viene lavorata quella pasta, e da dove proviene il cereale, magari da Chernobyl, con cui è stata fabbricata…). Nell’opinione dei (presunti) “creativi”, cioè i cosiddetti grafici, il messaggio pubblicitario è un’arte che detiene il mero compito di stupire. Incantare, lasciare a bocca aperta, senza parole. Il che coincide in pratica con l’uccidere: si inibisce e ammazza la possibilità di mettere in atto una sacrosanta reazione. Così, la pubblicità annienta e annichilisce le persone, ridotte a meri utenti disarmati. La gente può unicamente subire. Invece, ogni cittadino avrebbe il diritto di interloquire, ed eventualmente contestare e protestare. Ribellarsi. E proporre un’alternativa, “cambiare le carte in tavola”. La creatività, semmai, è esattamente l’opposto del nutrire lo stupore… Non deve mai stupire, e basta! Al contrario: deve suscitare una reazione. La parola “stupore” ha la stessa radice etimologica della parola “stupidità”: richiama il concetto dello “stordimento”, del “rimanere senza parole”. A bocca aperta, appunto. Si riesce solo a dire «Che bello! Fantastico!». Come di fronte ai fuochi d’artificio. E tutto si ferma lì. Il creativo si compiace del suo lavoro, e lo impone agli altri. Punto. Invece, anziché lo stupore immobile e l’instupidimento, la creatività deve provocare una risposta. Non la scena muta. Deve istigare la curiosità, innescare le funzioni intellettuali altrui, aprire un dibattito… La creatività è chiamata a stimolare la creatività altrui. Altrimenti non è creatività. Di più, altrimenti è solamente una sottilissima violenza psicologica. La persuasione in assenza di un confronto, la persuasione che non ammette e contempla un “ma, però…”, la persuasione che non accetta e non considera alcuna possibilità di replica, in fondo non è altro che questo: una violenza… E “omicidio”. Omicidio del libero pensiero altrui. Omicidio dell’altrui diritto di pensare liberamente e autonomamente. Omicidio della libertà di parlare… La pubblicità che colpisce all’istante, che lascia interdetti, e un attimo dopo non rimane niente… bèh, non si può affatto riconoscere come “pubblicità”. È soltanto qualcosa di falso. Malcela un doppio fine assai bifido. Possiamo pure pensare che il commercio ci faccia crescere e stare meglio a tutti quanti: in realtà, l’odierna crisi dimostra che il vendere, soprattutto se spinto all’eccesso, è il contrario del “crescere”. E allora ci si deve allontanare da questo assioma strampalato, da questa norma che in verità è solo una convenzione, non una vera regola. Una convenzione basata su un ideale fatto di aria fritta. Forse è giunto il momento di tradire certe convenzioni assurde, indebitamente assurte al rango di regole. La creatività implica anche il concetto e valore del tradire. Perché un atto creativo rappresenta sempre un momento di rottura. Creando qualche cosa di nuovo, si produce uno “strappo” con quello che c’era prima. Nel creare, la passione creativa, prima di tutto o nello stesso tempo, distrugge. La genialità nel creare, che non può prescindere dallo sperimentare, trae le sue origini dall’anti-conformismo: dal detestare gli automatismi culturali rigidi che “castrano” il rinnovamento. In qualunque cambiamento c’è un’azione creativa. E cambiare significa tradire: cioè andare oltre lo status quo, per conquistare e affermare situazioni nuove. La creatività è allora il motore dei processi evolutivi: spezza la morale della fedeltà che ci inchioda nell’immobilismo. E l’essere creativi corrisponde così all’essere dei traditori. Il creativo è l’infedele per eccellenza! E quando l’infedeltà combatte l’ingiustizia sociale, si compie un passo verso il traguardo dell’utopia. Se non si insegue l’utopia, non si migliora mai. Ma la creatività non è tale se non mira a migliorare le cose. La creatività ha il potere e il dovere di favorire il miglioramento di quelle che possiamo chiamare le “regole del gioco”: difatti l’origine della parola creare è legata alla parola crescere. Nel senso di migliorare. E allora la creatività, nell’arte, nella comunicazione, e non solo, va messa al servizio esclusivamente della giustizia sociale, e non del consumismo, che ci ha ammalati e rimbecilliti. Ma perché la creatività, nel messaggio pubblicitario, sia messa al servizio della giustizia, bisogna che si sia disposti a esprimersi a 360 gradi. A parlare a tutto tondo, a dire tutto, e non a dire solo quello che ci pare, quello che fa comodo al puro scopo della “vendita” o dell’auto-promozione personale, tacendo e mettendo il silenziatore a quello che risulta sgradito o imbarazzante. Non a caso, proprio per questa motivazione ero stato tentato di chiamare la mia attività con un altro nome: “Dilla Tutta”, anziché “Manitoo” (e non escludo di ricorrere a questa frase, in futuro, utilizzandola come slogan per “reclamizzare” il mio lavoro). A mio avviso, una campagna pubblicitaria deve raccontare e spiegare tutto, senza tralasciare nulla. In poche frasi… tutto. Con la capacità di smuovere reazioni, suscitare dibattiti e diffondere saperi: in una parola, “creare cultura”. Dire tutto. Senza peli sulla lingua, e in modo graffiante. Perché se si graffia… si provoca appunto una reazione. Infatti, un ulteriore slogan che sto pensando di lanciare è il seguente: “La grafica che graffia” (con la lingua graffiante e pungente utilizzata come immagine-simbolo). Sarebbe forse stato bello optare anche per un payoff di questo tipo: “La grafica mordace, che graffia e ammutolisce”. Ma lo scopo della pubblicità non può essere quello dell’ammaliare e ammutolire: il destinatario del messaggio deve avere la facoltà di prendere la parola, non solamente di meravigliarsi, ossia rincoglionirsi. La pubblicità fatta bene è rara. Eppure anche la pubblicità, quando è sincera, diventa un grande strumento e veicolo di “cultura”, sapere e informazione. E un giornale deve anche essere in grado di creare in proprio i messaggi pubblicitari, adatti e in linea con la sua filosofia di fondo, per poi andare a offrirli alle categorie interessate. Per esempio, proponendo una pubblicità vegan-vegetariana, supportata dallo slogan “La verdura fa sangue”, a un consorzio di produttori ortofrutticoli: l’unire la pubblicità con il messaggio politico-sociale e culturale, costituisce una strada dal sicuro avvenire, una frontiera poco esplorata, ma da provare a oltrepassare. L’importante è che il discorso del veganesimo-vegetarismo venga proposto come elemento di discussione e confronto, ai fini dell’approfondimento di tutte le problematiche che il fenomeno comporta, e non imposto quale “verità assoluta” e inconfutabile! Un organo di informazione che, mediante la sua agenzia, si inventa in proprio la pubblicità (nella forma e nei contenuti), e la sottopone all’attenzione degli operatori e produttori che potrebbero sottoscriverla, non mi sembra una novità di scarsa rilevanza… Dunque, in conclusione, al di là del fatto che ovviamente le mie competenze grafiche e comunicative sono poste al servizio di chiunque (anche per scopi meramente commerciali), piano piano Manitoo arriverà a caratterizzarsi come un autentico punto di riferimento per la nuova frontiera della pubblicità. Una pubblicità culturale, davvero informativa, formativa, e pure sociale (anche e soprattutto in relazione alla promozione di ogni attività finalizzata a sostenere e aiutare le categorie svantaggiate, a proteggere l’ambiente, difendere i diritti, e via discorrendo…).

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