Coronavirus: chiudere tutto, chiudere nulla, chiudere qualcosa e altre cose no… Che cosa è giusto fare?

La filiera alimentare e quella sanitaria devono rimanere attive (e in quella sanitaria includiamo pure la questione ecologica riguardante la raccolta dei rifiuti, e quella relativa ad ordine pubblico, difesa e sicurezza…). Credo che si sia tutti d’accordo sul fatto che nel momento attuale questi siano i soli due settori che non possiamo bloccare. Indispensabili. Cibo e cura. Punto.

Però… Già, qui scatta un però. Ed è a causa di un simile però che si discute tanto in merito a quanto sia necessario chiudere e quanto debba rimanere in funzione, dentro le due suddette categorie.

Che cosa si può, e che cosa non si può, smettere di fare?

Prendiamo per esempio la filiera alimentare. Più o meno si compone di questi “elementi”: agricoltori e allevatori, produttori di mangimi e sementi, industria di trasformazione, trasportatori e distributori, commercianti all’ingrosso e al dettaglio. Ah, ho dimenticato la fase dell’imballaggio.

Questa è la filiera per così dire primaria: che non si può arrestare, se si vuole garantire il sostentamento nelle case e sulle tavole degli italiani.

Fin qui è tutto chiaro. Però… Ecco che subentra il però. Però c’è chi sostiene che non è tutto qui. La filiera, secondo alcuni, non si esaurisce qua, bensì comprende altri comparti, altrettanto irrinunciabili. Per esempio, la manutenzione degli impianti di produzione. Che però in realtà nelle grandi imprese dedite alla trasformazione viene spesso svolta internamente (o, sempre più spesso, affidata alle ditte esterne come le cooperative…). Il problema si pone magari per i piccoli produttori come i panifici, e tutti coloro che si occupano di cibi freschi.

D’accordo. Aggiungiamo pure quest’altro “elemento”. Tuttavia se si aggiunge questo, allora occorre non escludere i produttori della componentistica. Se si rompe un macchinario, se qualche cosa si sta ammalorando e deve essere sostituito, fosse pure un semplice bullone, bèh… il “pezzo” che serve lo si deve pur trovare: ci vuole chi lo fabbrica, e ci vuole chi lo vende…

Che poi… volendo proseguire, e per dirla tutta, gli operai, i professionisti, gli artigiani, che hanno il compito di intervenire (che ne so, un manutentore, l’idraulico, l’elettricista per rimettere in sesto un impianto elettrico), hanno bisogno di disporre degli strumenti adatti, di tutto ciò che serve, anche di un abbigliamento idoneo, e delle scarpe anti-infortunio, e se pure queste si consumano e ammalorano, vale anche per gli abiti da lavoro, ecco che chi le produce e commercia non si deve né può fermare. Dunque anche quest’altra filiera particolare dell’abbigliamento deve andare avanti.

E che dire del trasporto? Se un automezzo ha un problema meccanico, deve poter contare sull’aiuto dell’autofficina, e il meccanico dell’officina ha bisogno dei ricambi, e anche delle tute, le quali oltre tutto si sporcano e rovinano in fretta, e di questi tempi è anche meglio cambiarle più spesso, magari per evitare che si contamino… Meglio buttarle!

Lo so, sto un po’ esagerando… Ma è per far capire che si potrebbe proseguire all’infinito, all’interno di una concatenazione di bisogni che andrebbe avanti senza soluzione di continuità.

È l’effetto dell’impostazione culturale della nostra società iper-produttiva: tutto è imprescindibile…

In conclusione, non fermiamo più nulla!

Èh no! Adesso ce lo metto io il però. Non mi sta bene. Io non mi arrendo. Tra il chiudiamo tutto e il non chiudiamo nulla c’è la mezza via. Ma questa “mezza via” è da ricercare e far combaciare con ciò che davvero è necessario. Ovvero torno all’inizio: cibo e cura! Punto. Con la loro filiera primaria, e stop! Perché la manutenzione ordinaria e costante va fatta e si fa. Ma per tutto il resto, non ci si può attaccare alle ipotesi, ai “se”… Se succede che si buca una ruota, se succede che il forno del panettiere non funziona più… Tra l’altro, questi “se”, gli imprevisti, valgono anche per le famiglie.

La butto lì. Possibile che non si possa fare in modo di organizzare (così difficile, troppo complicato?) un sistema in cui tutti i soggetti del livello che io ho definito “secondario”, possano essere attivati al bisogno, all’occorrenza, ossia quando “occorre il se…” (se si rompe qualcosa, qualcosa non funziona e va sostituito)? Fatta salva quella che è la manutenzione quotidiana, il resto non potrebbe, come dire, “rimanere nel limbo” ed entrare in funzione unicamente se serve?

Non si può prevedere una struttura di secondo grado, in cui far rientrare le attività da mettere in moto solo in caso di urgenza, organizzate magari a turnazione, da zona a zona? Reperibili a turno, pronte a intervenire quando chiamate in causa… Non sarà che i forni dei panificatori si inceppano tutti i giorni, o no?

D’altronde, se di notte salta l’impianto elettrico del mio appartamento, chi chiamo? L’elettricista di fiducia, lo sveglio nel cuore delle tenebre? Perfino Google mi dice che la sua attività è chiusa, che sta dormendo e non è il caso di disturbarlo. Aspetto il mattino. E se non voglio aspettare il mattino… mi rivolgo a un numero di pronto intervento che manda da chissà dove una squadra di tecnici assonnati, i quali arrivano… quando è quasi mattina (e quanto li paghi!)?

No, attendo che il mio elettricista termini le sue ore di meritato riposo. Un suo diritto. Bene. Mettiamo che il diritto si trasformi in obbligo, ossia che venga costretto a un riposo forzato… per cause di forza maggiore (una pandemia lo è, direi…). Quindi l’elettricista si mette buono a dormire anche di giorno per un determinato periodo, e a turno con i suoi colleghi entra in azione esclusivamente se e quando è essenziale, per esempio se si registra un impellente bisogno della sua professionalità all’interno di un ambulatorio.

Sono solo esempi. Terra-terra. Fatti per chiarire che tutto sommato è facile stabilire una sorta di scala dei valori delle attività produttive, e tarare e modulare i modi e i tempi del loro funzionamento… sulla base delle reali esigenze (generali e continuative, oppure occasionali e contingenti).

Per questa ragione credo che chi produce e vende tubi, bulloni, chiodi, pinze, martelli, divani, sedie, quaderni e chi più ne ha più ne metta… possa tranquillamente essere considerato non essenziale. Di sicuro non essenziale quanto chi produce cibo e cure. In altre parole, viene secondo (poi ci sarà chi è terzo, quarto, quinto, e in fondo alla classifica ci metto mutande e calzini…). Per le evenienze, un po’ di scorte di bulloni nei magazzini ci saranno, o no?

Dopo però… c’è un ulteriore però. Ci dovremmo domandare anche questo: gli operai delle fabbriche e dei servizi dell’ambito agro-alimentare, e le cassiere dei supermercati, sono immuni al coronavirus? No, certo che non lo sono. Eppure loro non si devono fermare. Non si possono fermare.

Diventano automaticamente persone di serie B. Da sacrificare. Al pari del personale medico e degli infermieri delle strutture ospedaliere (o delle case di riposo, anche). E delle Forze dell’Ordine.

A parere di qualcuno sono soltanto dei numeri, fattori di produzione, contabilità…

Anche la loro vita andrebbe salvaguardata. Invece coloro che si occupano di alimentazione e salute, sono costretti a stare in prima linea e a rischiare. Per loro… niente “stai a casa”!

Giusto, non giusto? Temo che la risposta sia scontata: non si può fare altrimenti. Tuttavia è opportuno fare una distinzione. Gli operatori sanitari e gli operatori della sicurezza, è assodato, si sacrificano. I loro “mestieri” sono questo: salvare e difendere la vita altrui, anche a discapito della propria. Sanno in partenza di essere in trincea e hanno scelto di starci per vocazione oltre che per attitudine.

Ma quelli che si occupano di cibo sono altrettanto sacrificabili? E la loro vocazione specifica contiene anche una vocazione naturale al “sacrificio” per il bene altrui, oppure no?

A questo punto le mie “divagazioni filosofiche” mi conducono a pensare che se tutti noi ci nutrissimo semplicemente dei prodotti del nostro orticello coltivato di persona e rifiutassimo il cibo confezionato e a lunga scadenza… magari non esistebbe più il problema di garantire il funzionamento della filiera produttiva agro-alimentare che oggi non possiamo interrompere, e che scorrazza da un capo all’altro del pianeta Terra senza concedersi un attimo di tregua!

Cavolo, un po’ di sana decrescita ci farebbe bene! Lavoreremmo tutti di meno, saremmo molto meno stressati e arrabbiati, saremmo assai più liberi e felici, saremmo ben più informati e acculturati, e ne guadagneremmo pure in salute, sotto tutti i punti di vista. E così anche il personale sanitario… sarebbe un pochino meno indispensabile, e un po’ meno tenuto a correre dei pericoli.

Mi sono convinto che se solo la ricerca scientifica investisse in questa direzione… e dettasse la retta via… ascoltando e assecondando la natura anziché manipolarla, ciascuno di noi diventerebbe in grado di far crescere in modo naturale nel proprio orto nord-occidentale perfino le banane!

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